L’ex boss “faccia d’angelo” torna in libertà :”Sono in pensione e vorrei essere lasciato in pace”.

Vuole essere lasciato in pace, come ogni pensionato che si rispetti. Felice Maniero, l’ex boss della Mala del Brenta, da ieri tornato uomo libero per aver scontato tutti i debiti con la giustizia, ha raccontato al quotidiano Il Gazzettino l’inizio della sua nuova vita, alla soglia dei 56 anni.

«Sono in pensione e vorrei anche essere lasciato in pace» dice “faccia d’angelo”, deciso a non abbandonare il cono d’ombra dell’anonimato ritrovato che gli ha permesso di inventare, dopo un passato di sangue, un presente da imprenditore di casalinghi. Concluso il periodo di sorveglianza speciale, Maniero può fare la vita che mai avrebbe immaginato negli anni dei delitti, delle evasioni rocambolesche, degli eccessi tra lusso e trasgressione, quella dell’uomo «casa e famiglia».
«Vado in giro, mi muovo – racconta -. Finalmente non avrò problemi, posso andare dove voglio». L’ex boss rifiuta oggi il peso della memoria di capo di una holding del crimine, una eredità che fa parte – dice – di un’altra persona, di un’altra vita. Da dimenticare. «È tutta roba passata – commenta – Quando sarò lasciato in pace? Non è ora di lasciar perdere? Sono passati vent’anni. Vogliamo metterci una pietra sopra?».

IL POLIZIOTTO CHE LO ARRESTO’. Sensibile e allo stesso tempo cinico, apparentemente autonomo nelle decisioni, ma fortemente condizionato dalle figure femminili della sua vita, in particolare dalla madre: così Michele Festa, sostituto commissario alla squadra Mobile della polizia di Verona, racconta il boss Felice Maniero, che arrestò nel 1994 a Torino, quando era un investigatore della Criminalpol di Venezia, dopo l’evasione di “faccia d’angelo” dal carcere di Padova.

Maniero in una foto degli anni '80

Ride ancora, Festa raccontando il dialogo, sul filo dell’ironia, che accompagnò la cattura del boss della mala del Brenta: “Ancora tu?”, disse Maniero vedendo l’investigatore, che gli rispose, citando la canzone di Battisti: “Ma non dovevamo vederci più”? “Una persona complessa”, lo ricorda Festa. Per il poliziotto, “tutto quello che Maniero ha fatto nel suo passato non è mai stata una sua decisione autonomia, ma sulla spinta di altri, le donne soprattutto”. Festa ricorda di averlo conosciuto nel 1992, quando, da Avellino, venne trasferito alla questura di Venezia: “Il mio battesimo investigativo l’ho avuto con lui”. Maniero uomo dai due volti, capace di parlare sino allo sfinimento, quasi a esorcizzare l’ansia che lo faceva dormire poche ore per notte, e poi di dare spazio a un cinico silenzio, pianificatore di morte. Boss umano nella sua crudeltà, ma razionale nella spietatezza del suo essere criminale.

Su chi abbia raccolto oggi l’eredità di Maniero, Festa ha le idee chiare: “Nessuno della mala del Brenta di estrazione padovana, violenta e priva di qualunque raffinatezza. Piuttosto, la parte veneziana dei suoi ‘eredi’, più specializzata nella droga e nelle case da gioco”. Con gli investigatori, Maniero ha sempre ingaggiato un duello leale, tra avversari che si rispettano: “Non ricordo abbia mai manifestato alcun rancore nei miei confronti, e mai lo fece con altri, a parte due investigatori che riteneva corrotti”.

LE “IMPRESE” DI MANIERO. Soprannominato “Faccia d’Angelo” dallo stesso mondo del crimine, è stato la mente di feroci rapine, sanguinosi assalti a portavalori, colpi in banche e in uffici postali, accusato di almeno sette omicidi, traffico di armi e droga e associazione mafiosa. Dopo vent’anni di rapine, rapimenti, evasioni e omicidi, è divenuto il capo della mala del Brenta, quando nell’agosto 1993 è arrestato sul suo yacht al largo di Capri.

Oltre che per la sua carriera criminale, è noto al pubblico per il suo stile di vita brillante e le abitudini al lusso appariscente. Arrestato per la prima volta nel 1980, nella sua lunga carriera colleziona una serie di clamorose evasioni: nel 1987 evade dal carcere di Fossombrone; il 16 giugno 1994 è protagonista di un’altra evasione dal supercarcere di Padova assieme al braccio destro Antonio Pandolfo e ad altri fedelissimi. Catturato a Torino nel novembre successivo, viene condannato a 33 anni di reclusione, poi ridotti a venti anni e quattro mesi (pena definitiva). È stato difeso dall’avvocato veneziano Vittorio Usigli, noto alle cronache anche per un flirt con Ornella Vanoni e per essere stato ingaggiato da Berlusconi, in qualità di esperto di risorse umane, nel 2004 per riorganizzare Forza Italia. Nel febbraio 1995 si pente e contribuisce a smantellare la sua banda. Viene alloggiato a spese dello Stato con la famiglia in una lussuosa villa, tanto che ne nasce uno scandalo con perdita della protezione per pentiti. Il 14 dicembre 1996 è condannato dalla Corte d’assise d’appello di Venezia a 11 anni di carcere e 60 milioni di lire di multa grazie alle attenuanti generiche e alla diminuente per la collaborazione. Solo il 2 maggio 1998 è arrestato per scontare la pena residua, quattro anni. Diviene in seguito collaboratore di giustizia e viene ammesso al programma di protezione, da cui viene escluso per una serie di violazioni delle regole di comportamento. In seguito cambia nome e sconta la pena in una località segreta. Nel febbraio 2006 il suo nome ritorna sui giornali per il suicidio della figlia trentunenne.

            


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