L’ artista cinese Liu Bolin quattro anni fa perse la sua casa: il governo cinese nel corso dei lavori per la riqualificazione di Pechino per le Olimpiadi ha infatti abbattuto Suojiacun, un borgo degli artisti a nord-est di Pechino dove viveva. Come forma di protesta Liu Bolin ha deciso di dipingersi e camuffarsi con l’ambiente circostante. In una serie di istantaneee che si chiama Hiding in the city, Bolin letteralmente sparisce nel paesaggio urbano di varie città. Le sue foto non sono state ritoccate da Photoshop e non si tratta di una manipolazione creata con la macchina fotografica. Il significato è chiarissimo, molte persone sono diventate invisibili e lasciate sole con i loro problemi mentre il mondo guardava lo splendore del Nido di Rondine, lo stadio costruito ed immortalato in una delle immagini.Ma l’artista va oltre alla ricerca di ogni spazio urbano che gli permetta di tirar fuori la sua “camaleonticità” di mimetizzarsi nell’ambiente circostante. Attraverso la pittura, fotografia, scultura e performance Bolin tenta di individuare gli spazi tra libertà e controllo, l’espressione e il silenzio, l’individuo e la comunità, la presenza e l’invisibilità.
Gli sfondi scelti da Liu Bolin, siano essi monumenti o semplici muri, architetture, segnali stradali, slogan politici o cabine del telefono, sono dei significanti. Il loro significato resta aperto. Ed è proprio questa apertura che permette all’atto di stare in piedi di fronte ad essi, “nascondendosi” in essi, di esser letto come un tentativo di dialogo tra la memoria storica e l’esperienza personale.
Ricorda un po’ la frase del Piccolo Principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi“
Giornalettismo.com
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